È un attraversamento della materia che il capolavoro “Macbeth” di W. Shakespeare offre. Sono state molteplici le domande che si sono generate e che hanno messo in moto regia – prima di tutto – e attori.
Perché la 1a scena si apre con le Streghe? Chi sono o meglio, cosa rappresentano le Streghe? La composizione narrativa della tragedia è strutturata su due dimensioni temporali o, per meglio dire, ontologiche paradossali. L'evento è in quelle prime dieci battute in cui il non senso del dialogo è preludio di tutti gli accadimenti che si manifestano. Due piani che coesistono nell'essere e nel non essere, nel visibile e nell'invisibile. Tutto è doppio e quindi ambiguo, incerto, non definito fino al momento in cui di fatto l'elemento non si manifesti.
Ho soprannominato Macbeth come colui che vede troppo; come l'uomo che abita la soglia in quanto dimensione altra nata dall'incontro del sovrannaturale col naturale. Due nature estranee s'incontrano e generano il Caos. Ciò che è invisibile muove il visibile; ciò che non può essere udito da orecchio umano, strepita e affolla gli incubi del regicida.
In Macbeth non c'è catarsi perché non v'è futuro. Il tempo si dilata e si comprime nello stesso momento. Così come ambizione, libero arbitrio, amore, vendetta, paura, il sangue… sono solo alcuni dei temi su cui il testo si srotola. Tutto è impregnato dall'indeterminazione e nell'indeterminazione abbiamo lavorato cercando, cercando, cercando.
Dopo averlo messo in scena, l'unica certezza raggiunta è stata quella di sapere che si era solo all'inizio, ciò che si era compreso, intuito e “sentito” era solo la punta dell'iceberg. Shakespeare è così: ti mette con le spalle al muro e ti costringe a pensare in modo esistenziale.
“Schwarze Milch der Frühe wir trinken sie abends wir trinken sie mittags und morgens wir trinken sie nachts wir trinken und trinken wir schaufeln ein Grab in den Lüften da liegt man nicht eng...”
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