Teatro sociale · Civile · Storico

Vergessenheit – Oblio

Ideazione e regia di Daria Panettieri • 75 minuti circa

Teatrografia

“È stato detto però che il dono della memoria è un dono avvelenato, perché costringe i sopravvissuti, martiri della Shoah, a continuare a bere il veleno di Auschwitz.”
Primo Levi

Oblio è lo scolorire, il diventare oscuro e oscuro è il secolo breve: il ‘900.

Oscuro è l’uomo che diviene ombra e svanisce.
Oscura è l’ombra che atterrisce.

Il teatro può suscitare emozioni e riflessioni nell’uomo contemporaneo che è spettatore inerme del passato ma anche portatore di un dovere sociale e civile nel presente e per il futuro.

Pur nell’impossibilità di rappresentare l’orrore vissuto dalle vittime della Shoah - che significa “tempesta devastante” - riteniamo sia necessario ricordare quanto l’uomo sia facile preda della follia e dell’odio verso i propri simili.

Si può attraversare l’oscurità di quel terrore armati dell’unica parola possibile, quella poetica.

La memoria ha un peso, è fatta di corpi e voci che non possono più essere e la domanda che s’inchioda nella coscienza allora è: “Cosa accadrà quando l’ultimo dei sopravvissuti non ci sarà più? Chi racconterà, dopo?”.

La poesia Todesfuge (Fuga di morte) del poeta Paul Célan rimbomba sorda nel suono duro e cantilenato della lingua tedesca. La lirica Inno alla gioia di F. Shiller, viene stravolta dalla soldatesca che la canta rendendo l’eco della grandezza della cultura tedesca oscura. Il personaggio di Margarete è ripreso dal Faust di Goethe. La minuta figura passerà tra i soldati nazisti tesi nel saluto al führer simboleggiando la forza delle arti e della cultura, del resistere, dell’atto di sopravvivere ed essere luce del secolo buio.

L’arte è una vibrazione esistenziale che tende all’assoluto e il teatro è il mezzo per farla risuonare costringendo chi guarda a essere guardato.

Lo spettatore è chiamato in causa nel suo profondo, con responsabilità. Da questo luogo della memoria resuscitata dal torpore delle coscienze, non si può far ritorno. L’umanità è stata uccisa. Questo è il grido che lacera il tempo e ferisce la storia. L’umanità ha ucciso sé stessa e lo stato di abbandono del pensiero e del sentimento è la conseguenza naturale. Il teatro può essere la memoria “attonita” di un silenzio “assordante”, affinché l’uomo rifletta sul male che può scatenarsi in qualsiasi condizione e tempo. Affinché i versi in Se questo è un uomo di P. Levi, siano monito e non debbano più essere scritti. Affinché non ci siano più voci che gridino sole nel deserto.


Ideazione e regia: Daria Panettieri

Con: Francesco Santagostino, Patrizia Casiraghi, Adriana Ferrari, Saul Losole, Franco Defilippi, Viola Dante, Lilli Pozzi, Alessandra Buscema, Nadia Talarico, Eva Dante, Clarissa Chiari

Partecipazione di: Sauro Dante e Italo Donegana

Luci e video: Asa

Costumi: Carla Locatelli

Testi e liriche: Apocalisse secondo Giovanni, libri di Isaia, Faust di Goethe, Inno alla gioia di F. Shiller, Todesfugen di P. Célan, Coro dei superstiti di N. Sachs, Se questo è un uomo di P. Levi

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